domenica 19 novembre 2017



Coalizione di centrosinistra:

Prodi vede Renzi,

Pisapia incontra Fassino.

"Avviato percorso politico".


Coalizione di centrosinistra: Prodi vede Renzi, Pisapia incontra Fassino. "Avviato percorso politico"
Giuliano Pisapia e Piero Fassino (ansa)

L'ex sindaco di Milano e l'incaricato dem per le alleanze concordi: "Cambiare il Paese, già dalla finanziaria". L'ufficio stampa del Professore: "Nessun Ulivo: lavora per allargare il campo del centrosinistra". Il segretario dem: "Nella coalizione a cui lavoriamo eguale dignità a tutti". Orlando: "Ora non arrivi qualche fesso a rovinare tutto".





Pubblicato da www.repubblica.it


MILANO - IL leader di Campo Progressista Giuliano Pisapia e l'incaricato del Pd per le alleanze Piero Fassino si sono incontrati a Milano per confrontarsi sulle possibilità di formare una coalizione di centrosinistra, condizione indispensabile per affrontare le prossime politiche con spalle abbastanza larghe da reggere alle regole della nuova legge elettorale, il Rosatellum. Alla fine, la fumata è bianca. A farlo intendere non sono le dichiarazioni di rito, ma la diffusione di un documento da cui, evidentemente, si parte per lasciare una traccia. Pisapia vuole un garante super partes della coalizione, dopo il faccia a faccia con Fassino gli chiedono se sia parlato di Prodi e lui glissa. Ma intanto il Professore fa sapere tramite il suo ufficio stampa di aver "avuto un lungo e cordiale colloquio con Matteo Renzi" prima di partire per gli Usa. E il segretario del Pd prova a rassicurare i potenziali alleati nella e-news: "La coalizione di centrosinistra alla quale stiamo lavorando, con il generoso contributo di tutti, dovrà garantire eguale dignità a tutti i componenti".

"Giuliano Pisapia e Piero Fassino hanno avviato un percorso politico e programmatico per una nuova stagione del centrosinistra. L'incontro è stato positivo" si legge nel comunicato congiunto intestato all'ex sindaco di Milano e all'incaricato del Pd per la verifica delle alleanze in vista delle prossime elezioni politiche. "Consapevoli delle rilevanti difficoltà che si frappongono a una piena ricostruzione di un rapporto con l'elettorato di centrosinistra - prosegue la dichiarazione - il confronto proseguirà nei prossimi giorni con approfondimenti rigorosi e costruttivi, già a partire dall'iter parlamentare della legge di bilancio. Nell'incontro è stata ribadita la comune convinzione che occorra lavorare con determinazione e passione per contrastare il rischio di derive di destra e populiste".

Poi arriva la dichiarazione del leader di Campo progressista alla convention per Giorgio Gori a Milano: "Questa mattina mi ha chiamato il professore Prodi per dirmi di andare avanti nel tentativo di unire il centrosinistra. Lo dico perché mi ha autorizzato a dirlo" premette Giuliano Pisapia, che poi parla di "incontro molto positivo, chiaramente ora bisogna lavorare". Pisapia spiega: "Abbiamo fatto delle richieste pubblicamente, la prossima o forse già questa settimana inizierà un percorso comune programmatico ma non solo. Il nuovo centrosinistra e la possibilità di cambiare il Paese parte già dalla legge finanziaria, già lì bisogna dare un segnale forte di un cambio di rotta".

Pisapia: "Prodi mi ha detto: continua a unire. A tutto il centrosinistra: torniamo insieme".


 

Piero Fassino concorda con il cambio di passo già dalla finanziaria: "Con Giuliano Pisapia abbiamo discusso dei problemi che il Paese ha davanti e di come affrontarli. Pensiamo che sia importante che a partire dalla legge di bilancio si apportino meccanismi di tutela e protezione sociale per le fasce deboli della società. Pensiamo che occorra assumere provvedimenti e misure sul lavoro che affrontiamo, soprattutto il tema della trasformazione dei contratti a tempo determinato a tempo indeterminato, pensiamo che si debbano rafforzare le politiche strutturali a favore della diminuzione del costo del lavoro per garantire occupazione e competitività della imprese".

"Pensiamo - prosegue l'ex sindaco di Torino - che si debba affrontare il tema di garantire al sistema sanitario strutturalmente le risorse per offrire ai cittadini le tutele che si aspettano. Investire in formazione e nella scuola, perché questo è la ricchezza più grande che possiamo dare ai nostri figli. Pensiamo che sul tema dei diritti l'approvazione dello ius soli e della legge sul fine vita possano costituire due importanti scelte che segnano un ulteriore passo in avanti sul terreno della civiltà del nostro Paese". "Sono questi - conclude Fassino - i temi su cui oggi abbiamo fatto il nostro confronto. Positivo, stiamo realizzando molte convergenze e sono quelli  i temi su cui ci confronteremo non solo tra di noi ma tra tutte le forze del centrosinistra per costruire un'alleanza larga, inclusiva, competitiva, in grado di evitare all'Italia la deriva del populismo".

Presenti al faccia a faccia anche il deputato Bruno Tabacci e il vicesegretario dem Maurizio Martina. Ed è proprio Martina a entrare per primo nel merito, presenziando con Pisapia alla presentazione della candidatura di Giorgio Gori alle regionali lombarde, all'auditorium La Verdi di Milano. "Per me si è fatto un passo importante e positivo. Ovviamente  è solo l'inizio di un lavoro che dobbiamo approfondire e continuare nei prossimi giorni".

La "condizione" dettata da Pisapia per alimentare il dialogo con il Pd è la presenza di un "garante" della coalizione, un punto di equilibrio riconosciuto da tutte le forze in campo e soprattutto al di sopra delle rispettive leadership, in primis Matteo Renzi. Piasapia ne ha parlato anche con Fassino. "Sì, un garante dell'accordo se si farà come molti auspicano una coalizione ampia e aperta" conferma il leader del Campo Progressista, senza rispondere a chi gli chiede se per quel ruolo si sia fatto il nome di Romano Prodi.

Come detto, il Professore ha visto Renzi prima di imbarcarsi per gli Stati Uniti. E il suo ufficio stampa precisa: "Non vi sarà nessuna lista intestata a Romano Prodi o all'Ulivo. La preoccupazione del Presidente è allargare e tenere insieme un campo largo di centrosinistra. Questa è stata la prospettiva e il senso degli incontri che in questi giorni si sono svolti tra il Presidente e Piero Fassino, Giuliano Pisapia e con altri interlocutori del centrosinistra".

Condizione del garante a parte, Pisapia non è certamente lo scoglio più duro nel percorso intrapreso da Fassino sulla percorribilità delle alleanze alla sinistra del Pd. Quello ha un'altra sigla, Mdp. E dopo la rottura con il Campo progressista di Pisapia, a giudicare dalla ribadita chiusura di Bersani ("non è vero che uniti si vince"), non sembra proprio intenzionato a stendere tappeti rossi all'allargamento della coalizione intorno ai dem.

Anche perché Mdp è decisamente più attratto da un asse con la Cgil, prossima alla rottura del negoziato col governo sull'età pensionabile. Indizio di tanta attenzione è chiaramente lo spostamento della convention dei bersaniani dal 2 al 3 dicembre per lasciare campo libero a Susanna Camusso per lo sciopero della Cgil. Segnale della distanza ravvicinatissima dei fuoriusciti dem dal sindacato e, per contro, del solco sempre più profondo che li separa dall'esecutivo targato Pd. Ancora Fassino: "Vedremo quello che succederà, io mi confronto con tutti con la stessa disponibilità, gli accordi poi bisogna farli in due, dipende sempre dalla disponibilità dei miei interlocutori".

Da Bari si fa sentire Andrea Orlando, ministro della Giustizia e leader di minoranza dem, con un monito, ricordando la Leopolda dello scorso anno: "Che le manifestazioni delle prossime settimane non entrino in contraddizione con l'iniziativa politica del partito. L'anno scorso alla Leopolda gridavano 'fuori fuori'. Se c'è un altro fesso, ne basta uno, che fa questo alla prossima manifestazione roviniamo quel poco lavoro che siamo riusciti a fare".

Ma Orlando ne ha anche per i "compagni" fuggiti dal Pd. "Faccio loro un invito: possiamo anche pensare che il Jobs Act non abbia funzionato o abbia funzionato in parte, ma attenzione a non venire a una discussione con in tasca proposte che non erano neanche quelle del Partito comunista italiano. Ho sentito dire non solo della reintroduzione dell'art.18, ma della sua estensione anche alle aziende sotto i 15 dipendenti. Se vogliamo fare in modo di non prendere neanche il voto di un commerciante, questa è la via migliore".-

OLIVERI: IL MOVIMENTO "CIRANO" E IL GRUPPO "BAGNATO" HANNO DECISO DI ALLEARSI.


Comunicato di alleanza politica.

Cari concittadini,

vi informiamo che, in prospettiva delle prossime elezioni amministrative ad Oliveri, il Movimento “Cirano” e il gruppo “Bagnato” hanno deciso di allearsi, al fine di creare una nuova compagine politica.

Nei prossimi mesi inizieremo ad elaborare un programma politico volto allo sviluppo socio-economico e territoriale di Oliveri, proponendo obiettivi concreti e realistici, che affrontino le reali esigenze di tutti i cittadini, in base ad un preciso principio di eguaglianza e pari opportunità.

Ci occuperemo anche della scelta di coloro i quali dovranno amministrare il paese e rappresentare i cittadini, compreso il candidato a Sindaco.

Auspichiamo che altri vogliano aderire e contribuire al progetto, per portare idee e proposte tendenti a dare risposte ai bisogni dell’intera comunità ed allo sviluppo del nostro paese.

Siamo convinti che solo con la sana e reale collaborazione tra noi cittadini, e con uno spirito di fiducia e cooperazione, in linea con il principio di complementarità e sussidiarietà, si possa ambire veramente alla rinascita del nostro Territorio.

Noi crediamo in questo progetto e abbiamo deciso di scendere in campo e di metterci in discussione.-

Pensioni, due nuove proposte

dal governo. Nuovo tavolo

martedì. Sindacati divisi,

Cgil: "Mobilitazione".


Padoan: "Rammarico per le diverse opinioni delle parti sociali".





Il governo ha messo sul tavolo di confronto con i sindacati altre due proposte per arricchire il pacchetto sulle pensioni. I sindacati appaiono divisi sulla valutazione ed è stato deciso di convocare un nuovo confronto per martedì 21.
Le proposte - Delle due novità presentate dal governo la prima riguarda l'estensione delle esenzioni dall'aumento di cinque mesi delle categorie definite gravose anche alle pensioni di anzianità (e non solo alle pensioni di vecchiaia); la seconda l'istituzione di un fondo per i potenziali risparmi di spesa con l'obiettivo di consentire la proroga e la messa a regime dell'Ape Sociale.
Nella revisione "strutturale" del meccanismo di calcolo della speranza di vita a cui si adegua l'età pensionabile, dal 2021 si potrebbe considerare non solo la media del biennio confrontato con il precedente (e non più lo scarto secco) ma anche fissare un "limite massimo di tre mesi" per ogni futuro rialzo. Se si dovesse registrare un incremento superiore, sarebbe riassorbito nell'adeguamento successivo. Lo prevede il documento presentato dal governo ai sindacati, visionato dall'ANSA. L'obiettivo: "garantire un andamento più lineare".

Impegno su donne e giovani nella prossima legislatura - Il governo "concorda" con le organizzazioni sindacali "sulla necessità di continuare il confronto anche nella prossima legislatura, al fine di affrontare le altre problematiche individuate nel documento" del 28 settembre 2016 con i sindacati. Lo si legge nel testo presentato ai sindacati come "impegno". Un percorso, prosegue, "nel rispetto dei vincoli di bilancio e della sostenibilità di medio-lungo termine della spesa pensionistica e del debito, a partire dalle misure atte a garantire la sostenibilità sociale dei trattamenti pensionistici dei giovani nel regime contributivo e a riconoscere il valore sociale del lavoro di cura e di maternità svolto dalle donne".

Sindacati divisi - Al termine dell'incontro odierno la leader della Cisl, Annamaria Furlan ha parlato di ''proposte coerenti'' e il segretario della Uil, Carmelo Barbagallo, ha visto nelle proposte ''alcuni punti positivi e altri da correggere''. Ma la 'numero uno' della Cgil, Susanna Camusso, conferma la valutazione di "grande insufficienza" sulle proposte e, di fronte alla "indisponibilità" del governo "ad affrontare le ingiustizie" del sistema, ribadisce l'intenzione di procedere verso una "mobilitazione".
Il governo - Gentiloni aveva definito il pacchetto di proposte "molto rilevante". Il "Governo ritiene di avere fatto uno sforzo", afferma il ministro Padoan, con "un pacchetto importante che contiene misure che migliorano la posizione pensionistica dei lavori", e "raccoglie con rammarico il fatto che i sindacati hanno opinioni diverse sulla bontà pacchetto proposto: la Cisl, ce ne rallegriamo, ha espresso condivisione, la Cgil invece ha un'opinione di segno opposto, una posizione intermedia da parte della Uil".  (ANSA)

Ma attenzione ai pericoli

dell'antimafia militante.


Muore Totò Riina, ma non muore la mafia: questa è la rassicurante sintesi di quanti non credono che si possa battere il male e ne hanno una visione eterna e metafisica.



Le dichiarazioni sono sconcertanti. L'ex procuratore Roberti dichiara: «È morto da capo». E per la seconda volta, come fu per l'aggravarsi della malattia, mostra di non credere alla forza dello Stato: Riina è pericoloso anche da morto. Resteranno gli imbarazzi di uno Stato impaurito che ha avuto paura di sospendere il regime di 41 bis a un malato terminale in stato di semi incoscienza vegetale, solo pochi mesi fa, attribuendogli un potere simbolico ben più forte di quello reale, inesistente e perduto dopo anni di isolamento. Inaccettabili anche allora le argomentazioni di Roberti: «Vorrei ricordare che il pubblico ministero Nino Di Matteo vive blindato proprio a causa delle minacce che Totò Riina ha lanciato dal carcere. Se non è un pericolo attuale questo, mi chiedo che altro dovrebbe esserci». Esiste dunque una mafia reale sottovalutata e una mafia immaginaria che è utile per creare combattenti ed eroi su un campo di battaglia che non esiste. Per questa finzione si sciolgono comuni dopo trent'anni che i boss sono stati arrestati, com'è accaduto a Corleone, per puro sfregio, per dare l'esempio, con inaccettabili azioni repressive proprie di uno Stato fascista, misure di prevenzione e interdittive dei prefetti che servono soltanto alla carriera di magistrati e burocrati. Fai il commissario di un comune sciolto per mafia, sei pagato diecimila euro al mese (e i commissari sono tre); e vieni nominato prefetto dopo avere umiliato una città in cui i mafiosi sono tutti al cimitero, sputtani i sopravvissuti, infami gli amministratori succeduti a quelli che trattarono veramente con la mafia, e innalzi la gloria di nullità che vengono promossi da altre nullità che fanno i ministri dell'Interno, e che devono dimostrare di volere reprimere la mafia. Fino al ridicolo e oltre il ridicolo, all'infamia di sedere a fianco del sostituto procuratore che dichiara che il tuo partito è stato fondato dalla mafia. La mafia si usa per delegittimare il nemico politico o l'antagonista: si creano così le dicerie per cui Berlusconi, per affermarsi, si trasforma in mandante di stragi. E non potendolo dimostrare, si arresta Dell'Utri per un reato che non ha commesso e che non esiste. Si tiene in galera qualcuno, in perfetto contrasto con quello che la Corte europea ha dichiarato per il caso Contrada, condannato e tenuto in carcere dieci anni, illegittimamente, non perché era innocente ma perché non doveva essere processato, in assenza di reato. Che vuol dire, in soldoni, che il magistrato si comporta come un medico che, dovendoti curare il fegato, non lo distingue dal cuore e ti applica due bypass. Esattamente così. E quei giudici ignoranti, in tutti i gradi di giudizio, in una vera e propria metastasi giudiziaria, sono ancora al loro posto. Come nel caso della malattia di Riina, non si libera Dell'Utri, arrestato per un reato che non può avere commesso, per non minare la credibilità della magistratura e per tenere sotto schiaffo Berlusconi. E la politica è impotente. Dopo Andreotti, assolto, hanno tentato con Calogero Mannino, con Nicola Mancino, e perfino con Napolitano, accusato di essere, niente meno, che il garante della trattativa Stato-mafia, indimostrata e inesistente, ma utile per umiliare concorrenti pericolosi come il generale Mori e il capitano Ultimo, carabinieri straordinari, processati per accuse inverosimili. Un continuo delirio che culmina con Mafia capitale, attribuendo a Roma un marchio di infamia che, nonostante le sentenze, viene ribadito da un altro procuratore antimafia che non sopporta di stare in una sede marginale (disagiata) come Roma fintanto che essa non sia omologata alle città conclamatamente mafiose.
Il vero abuso è quello dell'antimafia. Abuso di potere e abuso del «marchio» mafia, per vantaggio personale e per privilegi inconfessabili, che vengono fatti passare per faticose restrizioni subite, come le scorte, gli aerei di Stato, le case blindate di falsi eroi. Una retorica insopportabile e intrinsecamente criminale. Un vero abuso di potere, che portò allo scioglimento per mafia (giudicato illegittimo dal Consiglio di Stato) dei comuni di Ventimiglia e di Bordighera. Abusi, abusi continui, prepotenze, carriere facili; questo è il retroscena dell'antimafia in lutto per la morte di Riina. I milioni spesi per la trattativa Stato-mafia, pervicacemente incardinata tra il 1992 e il 1993, con il pentito eccellente Massimo Ciancimino, appena condannato a sei anni di reclusione per calunnia aggravata provata nei confronti di Gianni De Gennaro, ex capo della polizia, e di molti altri coinvolti nella finzione teatrale di una mafia, a immagine e somiglianza dei teoremi utili ai magistrati. Come ha indicato Fiammetta Borsellino, gran parte di queste inchieste, che non hanno individuato i veri colpevoli, sono forme di depistaggio.
Una verità amara per lo Stato che, per molti anni, ha continuato a fingere di non vedere le complicità di amministratori locali con le multinazionali che hanno cancellato i paesaggi meridionali con «le energie rinnovabili», per affari miliardari in cui la mafia ha trovato il suo nuovo pascolo. La Sicilia è vittima, e i danari si distribuiscono per l'Europa. La pressione mafiosa è tale, con il contributo minaccioso e dell'antimafia, che le isole Canarie sono frequentate da settantacinque milioni di persone e la meravigliosa Sicilia, mortificata, da sei milioni e mezzo. Poi se la prendono con i forestali.-

Che non riposi in pace.


Pubblicato da www.ilgiornale.it


Quando un uomo muore si è soliti dire, chiunque sia: pace all'anima sua. Io invece in questo caso mi auguro che l'anima di Totò Riina non abbia mai pace, come quelle dei dannati che Dante colloca nel settimo cerchio della Divina Commedia, a mollo per l'eternità nel sangue bollente delle loro vittime.



So bene di non essere nessuno, e di non avere requisiti e titoli per emettere sentenze, tanto più divine. Ma questo è ciò che penso. Penso che Totò Riina abbia vissuto fin troppo a lungo e fin troppo bene (anche in carcere), credo che il male che ha fatto sia tale che i venti e passa anni passati in cella di isolamento siano stati per lui poco più di un pizzicotto.
Dalle 3,37, ora del decesso, dell'altra notte c'è un bastardo mafioso in meno sulla Terra, ed è una buona notizia. Non mi commuove il lutto dei parenti, mi indigna la richiesta di «silenzio e riservatezza» avanzata dalla figlia e vorrei vedere indagati per apologia della mafia i non pochi mafiosi che in queste ore in varie forme rimpiangono pubblicamente e privatamente il loro eroe.
Si sarebbe potuto provare un minimo di pietas se Riina si fosse limitato a scalare la mafia uccidendo e facendo uccidere - come ha fatto - centinaia di mafiosi sui rivali, persone delle quali non sentiamo alcuna mancanza. No, la belva è andata oltre. La sua è stata una mattanza di chiunque intralciasse i suoi piani, dai politici (tra i quali il fratello del presidente Mattarella) ai magistrati (Falcone, Borsellino, ma non solo), poliziotti e carabinieri. E poi le stragi con le bombe di cittadini qualunque, al solo scopo di intimorire lo Stato.
Riina non si è mai pentito perché «io non ho nulla di cui pentirmi». A me poco importa dei segreti che si porta nella tomba, mi accontento che ora è lui in una tomba, che possibilmente dovrà essere anonima perché né un fiore né una preghiera possano mai alimentare la memoria o consolare un suo seguace. Lo dobbiamo al ricordo delle tante vittime innocenti, ai loro parenti. Lo dobbiamo a chi non ha mai incrociato la mafia ma ha visto figli e amici perdersi nel fiume di droghe che, alimentato da Riina, ha invaso l'Italia per placare la sua fame di denaro e potere.
Lo so bene che oggi non finisce la mafia. Ma almeno è finito lui, e mi spiace che lo abbia fatto - a differenza delle sue vittime - assistito e confortato dai suoi familiari, concessione fin troppo generosa di uno Stato civile.-

Tre pareri pro Berlusconi:

doveva restare senatore.


Mercoledì l'udienza a Strasburgo. Un pool di studiosi smonta la Severino: non poteva essere retroattiva.

Tre pareri autorevoli per tre principi calpestati dalla legge Severino e dalla sua frettolosa applicazione. Tre assist importantissimi per gli avvocati di Silvio Berlusconi che mercoledì prossimo giocherà le proprie carte davanti alla Corte di Strasburgo.



E cercherà di dimostrare che la decadenza da senatore, decisa da Palazzo Madama nel 2013 dopo la condanna definitiva per frode fiscale, non sta in piedi e dev'essere cancellata. Non regge la Severino, ma non convince nemmeno il modo in cui il Senato l'ha applicata, espellendo Berlusconi, e pone seri dubbi anche il fatto che a Berlusconi sia stata negata qualunque forma di contraddittorio sul provvedimento davanti a un giudice.
Tre concetti, tre frecce nella faretra del pool di avvocati, guidato dai professori Bruno Nascimbene e Andrea Saccucci. I due luminari hanno chiesto un supporto giuridico al Doughty Street Chambers di Londra, lo studio in cui lavora la moglie di George Clooney, Amal Alamuddin, una formidabile macchina da guerra nella difesa dei diritti umani, ma hanno fatto di più: hanno chiesto tre pareri a tre studiosi di rango. E a sorpresa Didier Maus, Peter Nobel, e Jean Paul Costa hanno sposato le ragioni del Cavaliere. Costa, francese, è addirittura, come anticipato ieri dal Corriere della sera, l'ex presidente della corte dei diritti umani, ma anche gli altri due vantano un curriculum di livello internazionale: Peter Nobel è avvocato a Zurigo e professore emerito all'università di San Gallo, Didier Maus è presidente emerito dell'Associazione internazionale di diritto costituzionale.
Tutti e tre sconfessano l'interpretazione che in Italia è stata data della Severino per far quadrare i conti e buttare fuori dall'arena il Cavaliere: la sanzione della decadenza, introdotta dalla norma e poi «fotocopiata» dall'assemblea di Palazzo Madama, ha natura penale e dunque non può essere applicata retroattivamente. L'Italia invece si è aggrappata ad un problematico distinguo, sostenendo che la sanzione rientri nel campo amministrativo e possa dunque superare le obiezioni di carattere giuridico.
Non è così. Per Maus il decreto Severino è una «norma di diritto penale indiretta» e dunque la sua applicazione retroattiva non ha base legale: Berlusconi non poteva prevedere che un decreto, adottato successivamente ai fatti per i quali è stato condannato, avrebbe viziato la sua candidabilità e portato alla sua decadenza dal Senato.
Nobel va, se possibile, ancora più in profondità, tagliando la testa al toro di estenuanti dispute nominalistiche sul tema. La decadenza ha una struttura punitivo-afflittiva e dunque ha una valenza penale, almeno se valutata sui parametri stabiliti all'articolo 7 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo. Insomma, il carattere afflittivo della sanzione fa capire che ci muoviamo nel perimetro del codice penale, anche se in Italia politici e giudici pattinano sulle parole e si ostinano a catalogare insindacabilità e decadenza da un'altra parte. Del resto, la giurisprudenza della Corte va in questa direzione e sarebbe singolare un cambiamento di linea proprio in questa, delicatissima occasione.
Ma c'è anche altro. Nobel, Maus e Costa toccano almeno altri due punti infiammati: le modalità con cui il Senato ha deciso e il divieto di ricorrere ad un giudice dopo questa pronuncia. Per Maus il Senato ha apertamente disatteso il proprio regolamento interno laddove prevede che il voto sulla decadenza di un proprio membro debba avvenire a scrutinio segreto. Invece, con un blitz orchestrato dal presidente Piero Grasso, la giunta per il regolamento stabilì il voto a scrutinio palese, decretando di fatto il destino del Cavaliere.
Infine i superconsulenti sottolineano un altro profilo assai discutibile nell'iter seguito: contro la decisione del Senato, Berlusconi non ha potuto opporre «alcun rimedio giurisdizionale», come lo chiamano i tecnici del diritto. Nessuna possibilità, ad esempio, di andare davanti alla Corte costituzionale per provare a rovesciare la pronuncia. Game over, sentenziò Renzi, e game over fu. Ma anche questo drammatico passaggio viene bocciato dai professori.-

Totò Riina morto apre la

corsa alla successione.

Dall’hotel delle Palme alla

Cupola: così la mafia ha

scelto i suoi capi.

di | 18 novembre 2017
Pubblicato da www.ilfattoquotidiano.it

          
Totò Riina morto apre la corsa alla successione. Dall’hotel delle Palme alla Cupola: così la mafia ha scelto i suoi capi

Mafie

Nei giorni successivi alla morte del boss corleonese, la mitologia di Cosa nostra ha ripreso il sopravvento. Da più parti si immagina il ritorno della commissione, la Cupola, che dovrebbe essere già pronta ad eleggere il nuovo capo dei capi, anche se non c'è alcun elemento investigativo a suggerire un'ipotesi simile. Dalla prima riunione con i cugini americani alla mattanza: ecco la storia degli organismi di vertice della piovra.
In principio fu lo storico summit del Grand Hotel delle Palme a Palermo. Da una parte i padrini siciliani, dall’altra i gangster americani, tornati a casa per provare a fare evolvere gli antiquati cugini. Un tentativo riuscito: anche troppo. Poi fu la volta delle assisi collegiali, con votazioni segrete, regole che ambivano alla democrazia,  persino incompatibilità tra cariche. Quindi vennero gli anni nerissimi: dalle commissioni si passò ai triumvirati, poi ai capi fantoccio, fino a quando Cosa nostra non divenne semplicemente cosa sua. Sua di Totò Riina, l’ultimo capo dei capi riconosciuto, titolare di un regno lunghissimo: dai primi anni Ottanta, cioè dopo la cosiddetta seconda guerra di mafia, all’esalazione del suo ultimo respiro, il 17 novembre del 2017. 
“Se non muoiono tutti e due, luce non ne vede nessuno“, dicevano due boss della storica famiglia di Villagrazia riferendosi a Riina e a Bernardo Provenzano. Tradotto: se non fossero morti entrambi gli anziani padrini, malati e detenuti al 41 bis, Cosa nostra non si sarebbe mai potuta riorganizzare. Ed è per questo motivo che adesso – morti sia Binnu ‘u tratturi che Totò ‘u curtu – osservatori e analisti si interrogano: che succederà dentro Cosa nostra? Sarà subito individuato un nuovo capo per riorganizzare e rilanciare l’organizzazione ridotta ai minimi termini dopo le stragi decise da Riina? O il nuovo superboss è già stato indicato in gran segreto? Ci sarà una nuova stagione di guerra dovuta proprio a una vacatio di potere? O la piovra tornerà all’antica, inabissandosi e tornando a un regime collegiale di gestione degli affari?

Il futuro: una nuova Commissione? –

Tutte domande legittime, alle quali corrispondono altrettante opinioni di magistrati, inquirenti e storici, ma che non possono avere per il momento alcuna risposta. In questi giorni successivi alla morte di Riina, però, è la mitologia di Cosa nostra ad avere ripreso il sopravvento. Da più parti si immagina il ritorno della commissione, la Cupola, che dovrebbe essere già pronta ad eleggere il nuovo capo dei capi. Per la verità, però, al momento non c’è alcun elemento investigativo che suggerisca un’ipotesi simile. Una e una sola è la certezza: l’ultima riunione della cupola risale al 15 gennaio del 1993, giorno dell’arresto di Riina. Per risalire alla prima, invece, bisogna andare indietro nel tempo di sessant’anni esatti.

La prima volta: l’hotel delle Palme –

È il 12 ottobre del 1957 e a Palermo, nel lussuoso hotel delle Palme di via Roma arrivano degli ospiti particolarissimi: ben vestiti, capelli impomatati, parlano un italiano stentato, pieno di parole americane e qualche traccia di dialetto del Sud Italia. Anche le generalità raccontano di migrazione: accanto a nomi di battesimo inglesi ci sono cognomi italianissimi. Lucky Luciano, Joseph Bonanno, John Bonventre, Carmine Galante, Frank Garofalo, Santo Sorge: nessuno ancora lo sa, ma quei signori distinti sono il gotha di Cosa nostra negli Stati Uniti d’America. Nella hall dell’albergo incontrano un altro gruppo di persone, che però hanno un aspetto molto diverso: indossano giacche di velluto, camicie di fustagno, qualcuno ha anche la coppola. Sono Gaspare Magaddino da Castellammare del Golfo, Vincenzo Rimi di Alcamo, Cesare Manzella di Cinisi , Giuseppe Genco Russo di Mussomeli. Forse c’erano anche i palermitani SalvatoreCicchitedduGreco e Angelo La Barbera: sembrano agricoltori, ma sono i capi delle famiglie mafiose siciliane. Convocati dai cugini d’Otreoceano che sono tornati in Sicilia per avanzare una proposta: entrare nel traffico internazionale di stupefacenti. Alle Palme – come dicono i palermitani – i due gruppi rimarrano quattro giorni, fino al 16 ottobre. Quando lasciano l’hotel è praticamente nata una nuova Cosa nostra: quella che gestirà droga e potere su due continenti praticamente per mezzo secolo. In quei quattro giorni, però, non si parla solo di affari. Gli americani, infatti, propongono ai siciliani di dotarsi di una struttura di vertice come già avviene negli Stati Uniti: la chiamano “Commissione” e serve ad organizzare l’ordine tra le file dei vari clan, risolvendo – quando è il caso – i conflitti interni.

Una struttura segreta svelata solo da Buscetta –

Un’idea che piace anche ai siculi. Che infatti costituiscono una loro Cupola: la sua esistenza rimarrà segreta per trent’anni, fino al pentimento di Tommaso Buscetta, il cicerone che condurrà Giovanni Falcone a scoprire il ventre molle di Cosa nostra. È l’accento americano di Buscetta a narrare al mondo la struttura della piovra dall’aula bunker dell’Ucciardone, dove depone al Maxi processo. Solo a quel punto si scoprirà che Cosa nostra è divisa in “famiglie“, ognuna guidata da un capo, detto “rappresentante“, eletto da tutti gli “uomini d’onore“, assistito da un vice e da un “consigliere”. Le elezioni si svolgono ovviamente in gran segreto con gli immancabili pizzini che contengono le preferenze. In ogni famiglia gli uomini d’onore – detti anche “soldati“- sono coordinati, a gruppi di dieci, da un “capodecina“. Due o tre  famiglie costituiscono un “mandamento” e i capi-mandamento (anch’essi eletti) fanno parte della “Cupola“, che è il massimo organismo dirigente di Cosa nostra. Nella prima Commissione, quella nata su input degli americani e guidata da Salvatore Greco, vigevano addirittura clausole d‘incompatibilità: il capomandamento scelto da due o più famiglie doveva essere un mafioso minore non un capofamiglia. Un modo per non concentrare il potere in mano a pochi boss.

Guerre e triumvirati –

Divieto che salterà presto. E che sarà uno dei casus belli della prima guerra di mafia: i fratelli Angelo e Salvatore La Barbera si risentirono molto quando una serie di boss (come Michele Cavataio o Calcedonio Di Pisa) iniziarono a sommare l’incarico di capo famiglia e capomandamento. Dopo la prima guerra di mafia ecco che Cosa nostra torna a riorganizzarsi: viene nominato un triumvirato per dirimere i dissidi tra le varie cosche. Ne fanno parte Gaetano Badalementi, Stefano Bontate e Luciano Liggio, latitante e spesso sostituito da Riina. Da lì si passerà poi a una seconda commissione, guidata sempre da Badalamenti. È l’inizio della fine. I clan palermitani di Bontate e da Salvatore Inzerillo sono ormai multimiliardari grazie alla gestione in esclusiva degli stupefacenti con gli Stati Uniti. I due boss imperversano all’interno della commissione dove continuano ad essere formalmente eletti dagli uomini d’onore delle rispettive famiglie.

I voti di Bontate, la scalata di Riina –

Elezioni che erano una farsa. Almeno stando a quanto confidato nel 2016 da Salvatore Profeta, boss di Santa Maria di Gesù, tornato libero dopo essere stato condannato ingiustamente per la strage di via D’Amelio, e poi nuovamente arrestato dopo pochi mesi. “All’epoca le elezioni si facevano mi pare ogni cinque anni: ma sempre Stefano Bontate acchianava (veniva eletto ndr)”, diceva l’anziano boss intercettato ricordando i tempi passati. Durerà ancora per poco. Il ghigno di Riina è ormai sullo sfondo: prima fa estromettere Badalamenti dalla commissione, poi con gli omicidi Bontate e Inzerillo comincia lo sterminio dei palermitani. È la seconda guerra di mafia, quasi mille morti ammazzatti, tutti o quasi dalla stessa parte: una vera e propria mattanza. Poi, con le acque ormai calme verrà il momento dei prestanome: al vertice della Commissione viene eletto Michele Greco, il Papa di Cosa nostra, ma è solo la testa di legno di Riina, che impera sullo sfondo. Ci vorrà l’arresto del Papa per convincere il capo dei capi a farsi avanti senza farsi scudo con nessuno: si incorona ufficialmente unico imperatore di Cosa nostra, senza votazioni o clausole d’incompatibilità: ci rimarrà per più di trent’anni, fino alla morte. Ora quel posto è libero.-

sabato 18 novembre 2017

OGGI IL PASSAGGIO DI CONSEGNE: FINISCE L'ERA CROCETTA INIZIA QUELLA MUSUMECI.